Civita di Bagnoregio: una gita fuori porta in Lazio

Da anni, forse da quando vivo a Roma, ho desiderato visitare Civita di Bagnoregio, la così detta città che muore. Finalmente in questi mesi di riscoperta dei luoghi più vicini e di turismo di prossimità sono riuscita a vederla e me ne sono praticamente innamorata. Ma non poteva che essere così.

Civita di Bagnoregio: paesaggio
Civita di Bagnoregio

Civita di Bagnoregio: la storia

Partiamo dal principio: siamo in provincia di Viterbo e Civita di Bagnoregio è appunto una frazione del comune di Bagnoregio, raggiungibile dalla stessa cittadina attraverso un ponte pedonale. Questo ponte metallico è stato rifatto nel 1965 dopo che l’originale fu distrutto dai bombardamenti tedeschi nel 1944.

Fondata dagli Etruschi, conserva in sè elementi medievali e rinascimentali. Situata in un posto strategico sulle vie di comunicazione, divenne fiorente proprio per questo motivo. Purtroppo le innumerevoli frane hanno distrutto le tante tombe a camera che caratterizzavano i calanchi sottostanti. Sempre nella valle dei calanchi pare si trovasse una stazione termale in cui addirittura il re Longobardo Desiderio soleva trovare giovamento dai suoi malanni. Da qui deriverebbe il nome del luogo, come traduzione letteraria di Balneum Regio.

Delle 5 porte che davano accesso al borgo nel periodo del suo massimo splendore oggi ne resta solo una, Porta Santa Maria o porta della Cava, alla fine del famoso ponte che è ormai diventato il simbolo del luogo. E’ al riparo di questa porta che ci siamo rifugiati per un improvviso scroscio d’acqua durante la nostra gita fuori porta. Ed è lì che una nutrita colonia di gatti ci ha dato il benvenuto in questo luogo magico.

E’ a partire da Civita che si sviluppò, nel corso dei secoli la città di Bagnoregio, più sicura ed al riparo dai frequenti terremoti che hanno via via sgretolato la roccia e spopolato il borgo.

Civita di Bagnoregio: chiesa e piazza
Piazza non asfaltata e chiesa di San Donato

Civita di Bagnoregio: cosa vedere

La cosa più importante da fare a Civita è gironzolare fra i vicoli con il naso all’insù e godere dell’effetto cromatico creato dai tanti fiori variopinti che ornano le case e la pietra dai toni caldi con cui sono costruite le stesse.

Io in particolare sono rimasta molto affascinata dalla piazza della chiesa di San Donato: all’interno da non perdere il crocifisso ligneo che, in base al fatto che lo si guardi da sinistra o da destra pare agonizzante o già morto. La piazza antistante l’edificio è invece completamente sterrata perchè ogni anno la prima domenica di giugno e la seconda di settembre vi si svolge il palio della tonna. Si tratta di una singolare competizione fra fantini che cavalcano asini. Oggi di “scuderie” familiari ne sono rimaste solo 3.

Alla grotta di San Bonaventura è invece legato un miracolo: pare che al suo interno San Francesco risanò il piccolo Giovanni Fidanza, poi futuro San Bonaventura.

Un’altro anfratto da visitare è l’ Antica Civitas, grotte sotterranee con affaccio sui calanchi, con oggetti della tradizione e location del film tv Pinocchio del 2008.

Civita di Bagnoregio: scorcio
Uno degli scorci caratteristici di Civita

La città di Bagnoregio

Da non sottovalutare anche la città di Bagnoregio con il suo centro storico. Risalente al VI secolo d. C. fu a lungo in competizione con la città di Orvieto e protagonista di scontri e ribellioni fino al 1870, quando entrò a far parte del Regno d’Italia.

Illustre personaggio è San Bonaventura, guarito da San Francesco e diventato suo seguace. L’unica reliquia al mondo del santo, dopo la profanazione del sepolcro avvenuta dagli ugonotti nel 1562, è il suo braccio, conservato in città, nella cattedrale di San Nicola.Una curiostà: in città sorge una piramide. Si tratta del sepolcro dei garibaldini che nel 1867 si scontrarono con le truppe pontificie.

Civita di Bagnoregio location di film

Oltre al già citato Pinocchio del 2008, questa città è stata scenografia di molti film. E’ il proprietario del negozio “al 48“, pugliese d’origine ma trasferito a Bagnoregio da decenni, a raccontarci un sacco di curiosità.

Nel suo laboratorio/negozio d’arte vende stampe e dipinti ispirati alla città che muore, alla sua storia, ai peronaggi ed agli aneddotti che l’hanno caratterizzata ed ancora oggi la caratterizzano. Sono le calamite esposte all’esterno che catturano la nostra attenzione e ci invitano a fermarci. Di lì al chiedere consigli per il pranzo e chiacchierare da vecchi amici il passo è breve. Il signore ha addirittura montato una serie di scene significative che riguardano i film girati a Civita e ce le mostra orgoglioso, raccontandoci dei vari luoghi.

Ad esempio ne “La strada” di Fellini (1954) in cui è ben riconoscibile la piazza di bagnoregio e via Roma.

Poi c’è “I due colonnelli” (1962): un luogo è conteso fra italiani e inglesi. Le scene di interno sono girate in un altro paese ma gli esterni sono quelli di porta Santa Maria ed alcune scene inquadrano il vecchio ponte di legno.

Del 1970 è invece “Contestazione generale” con Alberto Sordi parroco della cittadina che parte dalla piazza di Bagnoregio e attraversa il ponte fino a Civita.

Viaggiatrice da grande a Civita di Bagnoregio

Informazioni utili e curiosità

  • l’ingresso a Civita di Bagnoregio costa 5 euro fin o alle 19. Il biglietto si acquista subito prima del ponte. Dalle 19 in poi non si paga più così come non pagano l’ingresso coloro che hanno una prenotazione per un BeB di Civita. A proposito lo sapete che anche Paolo Crepet ha un BeB qui?
  • oltre al sito scaricate l’app CivitadiBagnoregio, disponibile per IOS e Android. Io l’ho trovata davvero utile: completa, semplice ed intuitiva;
  • Noi, su consiglio dell’ormai nostro amico del negozietto, abbiamo pranzato all’Osteria al Forno di Agnese. Io ho provato le Pincinelle al pistacchio, una pasta fatta in casa dal gusto delicato. Ottimi anche l’Amatriciana e i Ravioli al tartufo e pecorino su letto di patate. Ad innaffiare il tutto un vino rosso locale.
  • Altra curiosità: anche Tornatore ha una casa a Civita e prima non era difficile incontrarlo in giro. Qui infatti ha finito di scrivere la sceneggiatura de “L’uomo delle stelle” (1995).
  • Il 6 settembre del 2009 Papa Benedetto XVI ha compiuto una visita pastorale in città definendo san Bonaventura “serafico cantore del creato”.
Civita di Bagnoregio osterial forno di agnese
Pincinelle al pistacchio

Che fate stete già andando a Civita di Bagnoregio? Badate bene, sicuramente ve ne innamorerete…

Le foto sono mie e di Pietro.

Le saline dei monaci e le dune di Torre Colimena: una Puglia insolita

La riserva naturale delle saline dei monaci e le dune di Torre Colimena si trovano nella frazione balneare di Manduria (Ta). Ho avuto modo di visitarl entrambe durante il mio soggiorno ad Oria.

Saline dei monaci torre Colimena
Il mare e la spiaggia a Torre Colimena

Le dune di Torre Colimena

Probabilmente il nome di questa località ha origini da ricercarsi nella Magna Grecia col significato di “attaccati” e “buoni porti” dato che le saline e le dune erano visti dai naviganti come due buoni attracchi. Altre ipotesi gli assegnano i significati di “nascosti” e di colonne poichè nel luogo sono state ritrovate diverse colonne d’epoca romana.

L’ultima e più accreditata ipotesi è la derivazione spagnola dalla ninfa Clitemnesta e Clitumna, eroina rinchiusa in una torre, difatti anche nella località sorge una torre. Il piccolo centro sorge infatti attorno all’omonima torre, in comunicazione con la torre di Porto Cesario e quella di San Pietro in Bevagna. Questa torre fa parte infatti di un sistema difensivo voluto dall’imperatore Carlo V per difendere la costa dopo il saccheggio di Otranto da parte dei Turchi nel 1480. Pare che nel 1547 un gruppo di 100 predoni, sbarcati da 5 velieri si spinse fin nell’entroterra derubando i raccolti dei vicini centri abitatai. La torre fu completata nel 1568. Le spiagge, che si affacciano su un mare limpidissimo, sono caratterizzate da dune incontraminate, raggiungibili attraverso un sentiero assolato che costeggia la salina.

Torre Colimena saline dei monaci
Viaggiatrice da grande alle dune di Torre Colimena

Le saline dei monaci

Originariamente erano collegate al mare da un canale. A partire dal 1700 furono utilizzate per la raccolta del sale marino. I benedettini che si occupavano della raccolta e del commercio del sale diedero il nome con cui è ricordato alla salina. La torre, edificata per la protezione dai Saraceni fu convertita al controllo sui traffici dell’oro. Fra il 1940 e il 1950 l’area fu leggermente bonificata per evitare la malaria ma fra gli anni sessanta e settanta fu quasi totalmente abbandonata e pasò in uno stato di degrado difuso.

La flora è caratterizzata dalla machhia mediterranea: ginestre, lentischi, mirto.

La fauna ha i suoi massimi e più noti rappresentanti nei fenicotteri rosa che sostano qui durante le loro migrazioni. Altro uccello diffuso è il cavaliere d’Italia oltre a germani reali, raganelle, tartarughe, topi di campagna, ricci ed istrici.

Siete mai stati alle saline dei monaci ed a Torre Colimena? Che ne pensate?

Salina dei monaci Torre Colimena
la Salina

Le foto sono mie e di Pietro. La foto che mi ritrae fra la macchia mediterranea me l’ha scattata Fernando, il cui profilo facebook vi consiglio di guardare per scoprire foto bellissime.

ritratto salina dei monaci torre colimena
Viaggiatrice da grande nella macchia mediterranea della Salina dei monaci

Oria città illustre: a spasso nell’alto salento

Visitare Oria città illustre: il castello
Il castello di Oria

Oggi vi porto con me a spasso nell’alto Salento: visiteremo l’illustre città di Oria che mi ha ospitata qualche giorno fa .

Oria città illustre: fra storia e leggenda

Un detto popolare recita così ” A Oria fumosa ‘ccitera ‘nna carosa, tant’era picciredda, ca si la mintera ‘mposcia” (a Oria fumosa ussisero una bambina, tanto piccola da poterla mettere in tasca). E’ la leggenda legata al fenomeno atmosferico per cui spesso la città, per chi arriva da fuori, appare avvolta da una leggera nebbia. La fantasia popolare collega questo evento all’epoca di costruzione del castello: gli oracoli avevano consigliato di bagnare le mura in costruzione con il sangue di una innocente, per evitare che crollassero. La madre a cui fu strappata la piccola si rivolse quindi alla città: “Possa tu fumare come fuma oggi il mio cuore”. In realtà si tratta di un fenomeno atmosferico legato alla posizione sopraelevata della cittadina.

La storia della città affonda le sue radici nel popolo dei Messapi, con la cittadin adi Hyria, fiorente fra il IV ed i II sec. a. C. Nell’Altomedioevo, attorno all’VIII secolo d.C., sarà la fiorente comunità giudaica a dare lustro a questo luogo con la poesia, la medicina, la cabala. Ed ecco quindi personaggi come Shabbetai Donnolo, primo medico a redigere un trattato di medicina nell’europa medievale; Vincenzo Corrado, cuoco e letterato che scrisse il primo trattato sulla cucina mediterranea, e soprattutto Federico II che nell’illustre città di Oria festeggiò il suo matrimonio con Jolanda (Isabella) di Brienne (1225). Di questo evento sono rievocati i fasti nel torneo che ogni anno colora ed anima la cittadina ad inizio agosto.

Cosa vedere nell’illustre città di Oria: architettura civile e parchi

Porta Manfredi

Eretta da Michele III Imperiali nel 1727 in stile barocco, probabilmente su una porta preesistente. Originariamente recava tre stemmi e tre statue ma una serie di vicende ed eventi atmosferici (es. ciclone del 1897) hanno lasciato integro solo lo stemma della città di Oria a cui il titolo stesso di città fu assegnato, per il suo valore storico, nel 1951. E’ anche detta porta Lecce o “degli spagnoli” poichè da qui vi entrarono dopo un lungo assedio.

Sedile

La più antica attestazione (1565) indica la struttura come chiesa di San Pietro Rotondo, poi carcere civile nel XVII secolo, con la costruzione del piano superiore. Fu sempre Michele III Imperiali che nel XVIII secolo collocò la sede dei decurioni, ovvero i nobili che amministravano la città, nella torre a pianta quadrata situata in piazza Manfredi. Sulla facciata le statue di San Barsanofio, patrono della città assieme ai Santi Medici, e San Carlo Borromeo, un orologio e lo stemma civico. E’ qui che ha sede un punto informativo e turistico gestito dall’Associazione Culturale 72024.

Palazzo Martini

Di fattura tardo-barocca è oggi sede del museo archeologico. Nella parte alta dell’edificio è presente lo stemma della città, infatti ha ospitato il Comune fino al 1985. Oggi è utilizzato per mostre ed incontri ufficiali.

Il castello

Considerato monumento d’interesse nazionale, domina il territorio circostante dalla sua posizione sopraelevata di 166 m. L’impianto originario è altomedievale, poi rifatto in epoca normannaed ampliato fra il 1225 ed il 1227 per volontà di Federico II. Ogni torre ha il suo nome: a nord quella dello Sperone, a Sud la Torre Quadrata, la Torre del Salto e la Torre del Cavaliere. alcuni rimaneggiamenti si devono anche agli Angioini fra cui le torri cilindriche del salto e del Cavaliere. All’interno una grande piazza d’armi che poteva ospitare fino a 5000 uomini e mura spesse anche 4 m che ne fanno ipotizzare una funzione difensiva. Il ciclone del 1897 colpì e devastò anche il maniero. Nel 1933 il castello fu ceduto dal comune alla famiglia Martini Carissimo in cambio del predetto palazzo Martini e nel 2007 il castello è passato alla Società Borgo Ducale.

Frantoio ipogeo

Testimone di una tradizione contadina che risale al XIV secolo, fu scavato a mano e negli ambienti originali oggi ospita il Museo dell’olio e delle tradizioni che racconta la lavorazione delle olive, per la produzione dell’olio, dal XIV secolo al l’inizio del XIX secolo.

Parco Montalbano

Oggi il parco è pubblico ma si trova ai piedi del castello a cui in origine probabilmente era legato. Nel 1700 i padri celestini lo arricchirono anche di piante esotiche.

Porta degli Ebrei e Giudecca

Nota anche come porta Taranto, fu costruita attorno all’anno 1000 e poi rifatta nel 1433 dal principe Orsini Del Balzo in seguito all’assedio angioino. E’ oggi decorata da uno scudo araldico e dagli emblemi civici. La statua dell’Immacolata posta sulla sommità è del XVI secolo. La Giudecca è un quartiere medievale tortuoso, ricco di viuzze, balconi e botteghe legato alla fiorente comunità ebraica, presente in città fino al XV secolo.

Santuario messapico di Monte Papalucio

Il più anctico santuario di Puglia, dedicato a Demetra, dea della natura feconda e della fertilità. Sito frequentato dal VI a. C. fino in età romana, ubicato in una grotta ora in parte interrata, ha custodito reperti importantissimi per la storia del luogo.

Cosa vedere nella città di Oria: architettura religiosa

Chiesa sconsacrata di San Giovanni Battista

Edificata nel XIV secolo per volere della baronessa Filippa di Cosenza, il cui stemma, un leone rampante, si trova ancora in facciata. Nel XVII secolo fu unita al complesso dei celestini. Questo monastero fu abbattuto nel 1912 per far posto ad una scuola elementare e col monastero fu eliminato anche un portico che precedeva la costruzione in cui avveniva il “Ballo di San Giovanni”, nella notte fra il 23 e il 24 giugno, poi proibito dal XVI secolo perchè ritenuto immorale.

Museo Diocesano

Inaugurato in occasione del Giubile del 2000, è ospitato nel Palazzo Vescovile e conserva pezzi di grande pregio come la più illustre immagine in carta pesta leccese di San Nicola da Tolentino e un Gesù Bambino in argento del 1700.

Cattedrale della Vergine Assunta

Costruita a partire dal 1750, sui resti di una precedente chiesa romanica che era andata quasi totalmente distrutta a causa del terremoto del 1743. Nel 1992 Giovanni Paolo II l’ha nominata Basilica Pontificia Minore. Si presenta oggi a croce latina e tre navate, con facciata in carparo locale, torre campanaria e dell’orologio e cupola policroma. Attualmente in restauro, all’interno ospita marmi e stucchi, le statue dei santi patroni (di fattura veneziana e napoletana), le reliquie di san Barsanofio e pregevoli dipinti del periodo che va dal 1700 al 1900. Sotto la cattedrale si trova al famosa Cripta delle Mummie ove sono conservate 12 mummie appartenenti all’Arciconfraternita della morte, a cui, a partire dal 1598, il vescovo Del Tufo concesse il privilegio della particolare conservazione delle spoglie. Le mummie sono poste in verticale in delle nicchie e al disotto della cripta vi sono i cunicoli in cui avveniva la preparazione alla mummificazione. La cripta era nata nel 1481 per celebrare i meriti di tutti gli oritani che, combatendo contro i Saraceni, non avevano più fatto ritorno a casa.

Visitare Oria: la cattedrale
Cattedrale di Oria

Santuario di San Cosimo alla Macchia

Costruito su un precedente santuario basiliano (IX secolo) è posto in campagna, a circa 5 km dal centro abitato. Ha una facciata sobria risalente ai primi del ‘900, sormontata da una scultura del Cristo Redentore. All’interno di rilievo è la sala degli ex-voto donati da tutti coloro che hanno ricevuto una grazia dai Santi Medici e un museo etnografico, il più ricco dell’Italia meridionale.

Chiesa della Madonna di Gallana

Nelle campagne di Oria questa piccola chiesetta del IX secole è coperta da due cupole in asse. Ad essa sono particolarmente legata per averla citata nella mia tesi di laurea triennale. A navata unica e con all’interno un ciclo pittorico mariano e rappresentazioni di santi e Cristo nel catino absidale. Le leggende sulla sua fondazione si sovrappongono: dalla moglie devota che qui pregava il ritorno del marito crociato alla costruzione per volere di Galerana, moglie di Carlo Magno.

I santi patroni ed il santo protettore dell’illustre città di Oria

Il protettore della città è San Barsanofio, che fu un santo anacoreta di orgine egiziana vissuto nel VI secolo. Oggi è venerato nella chiesa ortodossa ed in quella cattolica che lo vede come patrono della diocesi di Oria. Ad esso sono legati numerosi interventi miracolosi fra cui quello secondo cui stese il suo mantello provocando una fitta pioggia evitando così il bombardamento della città da parte degli alleati nel 1943 e nel 1504 iil suo intervento contro gli spagnoli che assediavano Oria.

I patroni di Oria sono invece i Santi Medici: solitamente 2, Cosimo e Damiano, ad essi si aggiungono Leonzio, Antimo ed Eupremio. Secondo la tradizione Cosimo e Damiano erano 2 gemelli medici e gli altri 3 loro fratelli minori o seguaci.

Visitare Oria: uno dei vicoli
Scorcio di uno dei vicoli di Oria

Le foto sono state scattate da me e da Pietro.

Per organizzare al meglio la votra visita in città affidatevi all’associazione 72024 poichè spesso alcuni siti sono chiusi e occorre il loro intervento per l’apertura. Seguite anche il programma delle varie manifestazioni che essi organizzano!

Ravioli al limone di Sorrento

Come vi avevo promesso qualche giorno fa ecco la ricetta dei Ravioli al limone di Sorrento che ho preparato e di cui vi avevo mostrato la foto. Così, per la rubrica ricette dal mondo, ci spostiamo in Costiera Amalfitana.

Ravioli al limone
Ravioli al limone

Ravioli al limone di Sorrento: ingredienti (per 4 persone)

  • 400 g di farina bianca
  • 4 uova
  • un cucchiaio d’olio
  • una presa di sale
  • 400 g di ricotta di bufala
  • 3 limoni sorrentini
  • 40 g di Grana Padano grattuggiato
  • una manciata di foglie di salvia
  • 50 g di burro

Ravioli al limone di Sorrento: preparazione

Impastare 400 g di farina bianca con 4 uova, un cucchiaino di olio e una presa di sale. Quindi lasciate riposare l’impasto per circa 30 minuti. Nel frattempo lavorate 400 g di ricotta di bufala con la scorza grattuggiata di due limoni sorrentini e incorporate 40 grammi di Grana Padano grattuggiato. A questo punto tirate la pasta e preparate dei ravioli triangolari e occupatevi dunque del condimento: tagliate a julienne la scorza di un limone e soffriggetela in una casseruola con una manciata di foglie di salvia e 50 grammi di burro. Quando inizia a dorare toglietela dal fuoco. Intanto cuocete i ravioli e conditeli con il burro, la salvia e il Grana Padano grattuggiato.

Il tocco in più o in meno

La ricetta originale dei Ravioli al limone di Sorrento prevede che la forma di questi ravioli sia triangolare, ma io, non avendo a disposizione la classica rotella per tagliare l’impasto ho optato per una forma circolare.

Come ormai sapete la ricetta è una di quelle salvate dalle riviste che leggo e provata prima di essere ammessa nel mio ricettario. Non ricordo però da quale rivista l’ho salvata. La foto invece è mia, ma questa volta la location è la cucina della casa di Pietro)

Senza mai arrivare in cima

Tanti miei amici blogger hanno letto questo libro e lo hanno consigliato durante il lockdown. Appena ne ho avuto l’occasione ho comprato “Senza mai arrivare in cima“e l’ho letto tutto d’un fiato.

Senza mai arrivare in cima

E’ la storia di un viaggio compiuto per il 40 anni assieme a due amici, alla ricerca di una montagna autentica. Si tratta di “sfiorare” l’Himalaya passando per il Nepal, la regione del Dolpo che confina con il Tibet.

Lo sgaurdo è verso la montagna di Cristallo ed il confronto costante è con le Alpi (da cui l’autore proviene)  e con il libro “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiensen che 40 anni prima aveva compiuto lo stesso viaggio.

E’ il racconto di una carovana di circa 50 soggetti fra persone, muli e qualche cane; di una sfida con se stessi e col malessere dovuto all’altitudine.

Le pecore azzurre, i mantra e le preghiere si legano a doppio filo con le riflessioni, gli schizzi, i mulini di preghiera, creando un fascino per me nuovo verso questi luoghi e verso le sue tradizioni anche alimentari e religiose.

Le descrizioni sono precise e fortemente visive ma io che non ho una grande esperienza di montagna faccio un po’ fatica a visualizzarle.

La lettura scorre però in maniera fluente e l’autore, pur parlando di cose a me per lo più sconosciute, ha la capacità di portarmi con lui fra le ruote di preghiera e gli accampamenti di montagna.

Senza mai arrivare in cima: l’autore

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978 ed il suo primo libro pubblicato è del 2004. Con il libro “Le otto montagne”(che ammetto di non aver letto) ha vinto il Premio Strega nel 2016, il Prix Médecis étranger ed è stato tradotto in 38 lingue.

E’ autore anche di una serie di documentari di carattere sociale, politico e letterario (soprattutto sulla letteratura statunitense). Anche le sue raccolte di racconti (es. Manuale per ragazze di successo) hanno ricevuto diversi premi. Fra le sue opere anche due personalissime guide su New York.

La sua grande passione è la montagna e dal 2017 ha organizzato, insieme con l’associazione “gli urogalli”, tre edizioni del “Il richiamo della foresta“: festival di arte, libri e musica in montagna,solitamente il terzo fine settimana di luglio, a 1800 m. s.l.m. a Estoul – Brusson nella Valle d’Ayas (AO).

(foto mia)

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi 2018

Le location del film “Napoli Velata”

Nelle prime posizioni fra i film più visti su Netflix in questi giorni: ecco tutte le location del film Napoli Velata.

Metro Toledo Napoli velata location film

Napoli velata: il film

Apparso nelle sale cinematografiche nel dicembre del 2017, il film di Ozpetek si svolge attorno alla figura della patologa Adriana (Giovanna Mezzogiorno) che, dopo una notte di passione con Andrea (Alessandro Borghi) si ritrova a riconoscere il corpo del suo amante durante un’autopsia. il mistero sulla morte di Andrea è fitto e, fra le indagini della polizia e quelle private, fra amici e parenti, Adriana dovrà fare i conti con i fantasmi del suo presente ma anche, soprattutto, con quelli del suo passato.

La colonna sonora Vasame è di Arisa.

La superba Napoli, che io adoro, fa da sfondo a queste vicende.

Viaggiatrice da grande Napoli velata location film

Il film Napoli velata: le location

Palazzo Mannaiuolo

Situato in via Filangeri 36, è un palazzo Liberty in una delle eleganti strade del quartiere Chiaia. Famoso per la sua scalinata elicoidale con cui si apre il film.

Chiesa e Piazza del Gesù

E’ la piazza in cui più volte transita Adriana per tornare a casa, con la colonna dell’Immacolata al centro della piazzaa. La Chiesa del Gesù (XVI secolo) è riconoscibile dal tipico bugnato di piperno. La chiesa fu eretta su un precedente palazzo quattrocentesco di cui mantenne la facciata principale. A croce greca, è decorata da marmi policromi di derivazione barocca e dalle opere di  Francesco Solimena, Luca Giordano, Ribera, Guercino.

Museo Archeologico

Siamo al numero 19 di  piazza Museo. il luogo in cui Andrea ed Adriana dovrebbero rincontrarsi e dove lei lo aspetta inutilmente. Ci sono stata durante la mia prima visita a Napoli (al tempo delle medie) ma poi ci sono ripassata davanti un sacco di volte. Famosi al suo interno l’Ercole Farnese (e tutta la collezione Farnese); i vasi a figure rosse fra cui l’hydria con la scena dell’Iliupersis (la presa di Troia); il Doriforo; il Mosaico di Alessandro…tutte opere da sindrome di Stendhal per storici dell’arte ed archeologi. Il film si concentra sul gabinetto segreto ossia le stanze ove sono conservati i reperti provenienti dagli scavi del lupanare di Pompei.

Stazione metro Toledo

Si sa che le stazioni della metropolitana di Napoli sono considerate fra le più belle d’Europa e la stazione Toledo in particolare è la mia preferita, con i suoi mosaici blu e azzurri che ricordano il fondo del mare.

Galleria Principe di Napoli

Un gruppo di ragazzi suona dei tamburi  mentre i protagonisti assistono. Posta difronte al Museo archeologico, questa galleria non va confusa con la più famosa Galleria Umberto I.

Farmacia degli Incurabili

Un luogo che non conoscevo in cui uno dei protagonisti fa da guida ad un gruppo. Siamo in pieno centro storico, in via Longo 50, fra il Museo Archeologico ed il decumano superiore. il fulcro di tutta la scena è la scultura che rappresenta un utero velato. la scalinata esterna, ripresa dal regista, fa parte dello stesso complesso.

Certosa di San Martino

La tombolata dei femminielli si svolge nel chiostro della certosa di San Martino, in largo San Martino al Vomero. il complesso, iniziato nel XIV secolo è uno splendido esempio di barocco napoletano. il chiostro ed i giardini offrono panorami spettacolari.

Il mercato di porta Nolana

E’ il luogo in cui Adriana prende una limonata con Pasquale. Questo mercato è famoso per il pesce.

Napoli velata location film

Via Calabritto

E’ la via in cui Adiana e sua zia parlano delle proprie scelte sentimentali. Via molto elegante e dedita allo shopping.

Cappella San Severo

Con il famosissimo Cristo velato fa da sfondo alla scena finale del film. Siamo sempre nel centro storico, in Via De Sanctis 19/21. Vedere Il Cristo velato è davvero un’emozione unica ed ho avuto questa possibilità in una delle mie ultime visite a Napoli con mia zia e mio cugino. bellezza e mistero si intrecciano nella cappella del principe di Sangro con apice proprio nella scultura del Cristo di Sammartino (1753).

Stazione metro Garibaldi

Adriana si muove in un intrico di scale mobili che ricorda le opere del pittore Escher,

Marechiaro

E’ la zona fronte mare di Posillipo in cui si trova la casa di Andrea.

Lido Mappatella

Lido popolare fra Mergellina e il Lungomare Caracciolo sulla cui spiaggia Adriana si incontra con il poliziotto.

Ex convento in via San Nicola al Nilo

All’interno vi è ricostruita la casa della fattucchiera. E pensare che siamo a pochi passi da San Gregorio Armeno.

Palazzo del principe Caracciolo Sanchez de Leon

Anche detto palazzo Sant’Arpino (XVII secolo).E’ la casa della zia Adele, siamo sempre nel quartiere di Chiaia, in via Santa Caterina (fra via Filangeri e via Chiaia). E’ dalla terrazza di questo palazzo che Adele parla alla città:

“Tu vuoi soltanto ammazzare ammazzare ammazzare, non li vuoi bene i figli tuoi”

Dalle location del film  Napoli Velata nuovi spunti per il mio prossimo viaggio nella città partenopea, per ritrovare quei nuemri che identificano Napoli: 10, 18, 42 e 75. Controllate la Smorfia per scoprirne i significati.

Le foto sono mie, scattate nelle mie varie visite a Napoli.

Vi lascio anche il trailer del film, in caso non vi avessi già incuriositi abbastanza.

Costiera Amalfitana (giorno 0)

Passo direttamente dal lavoro alla stazione. Una stazione che è una bolgia di partenze e ritardi. E il mio treno non fa eccezione. Nell’avere amici ovunque Salerno non fa eccezione. La cattedrale ha una cripta barocca dai colori delicati. Sulla pizza i prodotti tipici: bufala e pomodorini gialli.

Il gruppo del we mi recupera e fra tornanti, semafori e un po’ di pioggia raggiungiamo Maiori/Minori con un arrivo degno di Bisio in “Benvenuti al Sud”. Accendere i termosifoni e uscire a comprare la cena (per chi non ha cenato).

Calabria (giorno 3)

Sulla spiaggia di Praia a mare una lezione improvvisata di geologia e tante pietre ricevute in regalo.

Nella calura del primo pomeriggio tre ragazze (chi saranno?)camminano sicure sulla pista ciclabile. Un ciclista le supera ma non è indignato come credevamo:”siete belle, però”.

Gli orari per la gita in barca sono alquanto arbitrati.

L’isola di Dino ormai è disabitata. Il resort voluto da Agnelli, da cui l’isola era stata “acquistata” , è ormai in disuso da 23 anni.

Nella grotta azzurra il riflesso della luce sulle pareti e sul fondale danno all’acqua un colore blu intenso. Quando il “capitano” della nostra piccola imbarcazione getta in acqua un po’ di pane, migliaia di pesci vengono a galla e popolano di guizzi la porzione di mare.

Un sentiero leggermente impervio ci conduce quindi con un po’ di trekking, alla spiaggetta dell’arco Magno dove è possibile fare 4 bracciate.

Il tramonto che già amavo qui sembra più fotogenico: mi incanta, mi ipnotizza.

Traffico sulla via del ritorno. In pizzeria il volume delle voci del tavolo accanto è troppo alto e la temperatura dell’aria condizionata è inversamente proporzionale.

A casa dj set e hairstyle.

Vienna (giorno 2)

Le assi del parquet del Kunsthistorische Museum scricchiolano sotto i piedi dei visitatori. Opere molto note e la decorazione dello scalone d’ingresso è il top. Vienna è elegante, sontuosa, imperiale. Cara Sissi finalmente, dopo averti incrociata a Corfù, a Merano ed a Budapest ti incontro a casa tua. La secessione, il Danubio, Mozart e il valzer. Un pranzo tirolese al naschmarkt. La temperatura è scesa. Non ci sfugge un book shop con tovagliolini in prima fila. Il bacio di Klimt è un amico che conosco bene e che finalmente vedo. Al belvedere si accavallano i pensieri: “te la ricordi Versailles? E la reggia di Caserta? “

Un giro sul Ring e poi decido che dobbiamo inseguire 3 ragazzi in abito tradizionale, così. Mi assecondano ma poi preferiamo una cena “esotica”.

Siviglia (giorno 2)

Giorno 2

L’oggi ha il profumo già della nostalgia, fra il balcone di Rosetta del Barbiere di Siviglia e la Carmen di Bizet. Reprimo il mio istinto e non compro nè il mantillo nè la rosa per atteggiarmi a ballerina di Siviglia. Ma continuo a pensare che mi avrebbero donato molto.In calle de Sierpes l’idea era quella di fare shopping (shoppingare come dice Manuèl) ma la Domingo todo cerrado (e ricordo una domenica a Tarragona ed una a Barcellona). Il museo di belle arti però è aperto, gratuito ed è bellissimo. Murillo diventa il mio artista spagnolo preferito:faccio fatica a staccarmi dalla Madonna del “fazzoletto” perché i suoi occhi sono magnetici e sembra che il Bambino voglia venire in braccio a me. Una capatina al metropol parasol e poi a pranzo al mercato di Triana (su suggerimento sempre di Manuèl). Passeggiare davanti a Plaza de Toros (niente corride però) e alla torre dell’oro. Mangiare churros e inebriarsi di barocco alla chiesa del Salvador mentre le carrozze con i cavalli sostano all’ombra delle palme reali o portano in giro i turisti. Siviglia è la città dei segni.Ridiamo in aeroporto io e mi hermana perché la stanchezza mi prende e non riesco a smettere di sbadigliare. Al gate una puntata di una radio speciale, poi l’ultimo taxi verso casa.

E in testa la frase di Garcia Lorca “piensa que el mundo es pequeno

y el corazón es inmenso”.